Di Mario Segni

Scritti e convegni recenti hanno riaperto il discorso sulla crisi di governo del 1964 e sul cosiddetto “piano Solo”. La storia di quelle vicende va interamente riscritta. Si è parlato a lungo di “tentativo di colpo di Stato”, salvo poi ripiegare sulla “minaccia” del colpo di Stato. Sono interpretazioni del tutto infondate, basate su una interpretazione della situazione politica  slegata dalla realtà storica del momento, e su una esposizione di documenti spesso arbitraria e talvolta completamente falsata.

Ricordiamo i fatti: nel giugno del 1964 il governo di centro sinistra, Moro Presidente del Consiglio e Nenni Vicepresidente, entra in crisi per un voto parlamentare.  La situazione economica è al centro di un duro dibattito, in cui vari ambienti, dal Governatore della Banca d’Italia Carli alla Confindustria, denunciano il peggioramento del quadro economico e finanziario per le riforme presentate o annunciate dal governo, in particolare la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la riforma  urbanistica con la espropriazione delle aree fabbricabili. Il Presidente della Repubblica è sensibile a queste preoccupazioni e spinge per una correzione della linea economica del governo. Ha rinviato al Parlamento per sette volte leggi prive di copertura finanziaria.  Nei colloqui con Moro, cui affida il reincarico per la formazione del governo, Segni è un convinto sostenitore di questa linea. La rinegoziazione del programma col partito socialista provoca tensioni forti. La stampa avanza l’ipotesi di un governo tecnico o monocolore presieduto dal Presidente del Senato Merzagora, vicino agli ambienti confindustriali, governo che porterebbe ad elezioni anticipate. In questa prospettiva è nota la preoccupazione del Presidente per l’ordine pubblico, nel timore che si possano ripetere le vicende che nel 1960 hanno portato alle dimissioni del governo Tambroni. Segni fa affidamento sui carabinieri, e riceve pubblicamente al Quirinale il comandante De Lorenzo. Da parte sua l’Arma predispone un piano di emergenza (piano Solo) nella eventualità che si debbano fronteggiare gravi disordini. Il piano riguarda solo l’intervento dei Carabinieri in una situazione di grave emergenza.

La tesi “golpista” dipinge questo comportamento come gravemente incostituzionale. In realtà siamo di fronte ad un Capo dello stato che esercita una azione politica nell’ambito dei suoi poteri. Più che legittimo ipotizzare un governo tecnico ed elezioni anticipate (che poi non si verificarono) nel caso di insuccesso nella ricostituzione del centro sinistra. Più che legittimo, vorrei dire anzi doveroso, preoccuparsi dell’ordine pubblico in un quadro così teso nazionale ed internazionale. Si era nel 1964, nel pieno della guerra fredda, tre anni dopo la costruzione del muro di Berlino (1961), due anni dopo la crisi dei missili a Cuba (1962), tre anni prima della repressione in Cecoslovacchia (1967). Sul comportamento del presidente si possono esprimere in un senso o nell’altro giudizi politici, non accuse di legittimità.

Veniamo ora alla ricostruzione documentale. La tesi  “golpista” non è riuscita a rispondere a queste obiezioni.

  • Due anni dopo questi fatti, nel 1966, De Lorenzo viene promosso capo di stato maggiore dell’esercito. Presidente della Repubblica è Saragat, Presidente del Consiglio Moro e Vice presidente Nenni. Se veramente questi tre uomini erano stati minacciati di golpe da De Lorenzo, come è possibile che l’abbiano promosso alla più alta carica dell’esercito?
  • L’oggetto principale della pressione e della minaccia “golpista” dovrebbe essere Nenni. Ma ni suoi scritti dell’epoca manca ogni accenno al “golpe”. Nel suo Diario Nenni non scrive una parola di questo, anzi il 7 luglio, giorno dell’ictus di Segni, scrive: “Se Segni come purtroppo è probabile, dovesse peggiorare o morire, ci troveremmo in un grosso guaio”. Non sembrano proprio parole rivolte a chi lo aveva minacciato di golpe. Anni dopo, nella “Intervista sul socialismo italiano”, dice a Tamburrano: “ Che c’era al centro di quel malessere il quel momento? C’era il tentativo di vasti settori della destra di avvalersi della dichiarata avversione del Presidente Segni verso il centro sinistra per arrivare alla nostra estromissione dal governo e per seppellire la riforma urbanistica. Segni non mi aveva nascosto questa sua avversione, o meglio il timore che nutriva per una politica “spericolata” che potesse compromettere il fragile equilibrio dell’economia nazionale. Ma rimango persuaso che Segni pensava e operava in termini soltanto politici, anche se con l’ostinazione che lo caratterizzava”. Quindi anni dopo, ripensando a quella fase, Nenni esclude del tutto ogni atto di Segni “al di fuori della politica”. Le espressioni più dure sono in un articolo su “L’Avanti” del 16 luglio 1964 in cui spiega le ragioni dell’accordo con la Democrazia Cristiana: “La sola alternativa al centro sinistra sarebbe stato il governo delle destre con un contenuto fascistico – agrario – industriale, nei cui confronti il ricordo del 1960 sarebbe impallidito”. Parole dure, ma niente che alluda a un golpe delle forze armate.

 

 

 

 

  • Uno dei tasselli centrali della narrazione “golpista” è che Segni sarebbe stato colpito da malore durante il colloquio con Moro e Saragat quando quest’ultimo l’avrebbe accusato di avere tramato con i carabinieri. Nel giorno in cui L’Espresso fa scoppiare lo scandalo Saragat, Presidente della Repubblica, manda a Segni questo telegramma: “Caro Segni, ho letto con indignazione calunniose affermazioni contro la tua persona pubblicate su un settimanale romano. Mentre respingo con disgusto questa vergognosa speculazione, ti esprimo la mia affettuosa e devota solidarietà.” E’ pensabile che un uomo sanguigno e sincero come Saragat dica queste cose a chi considera l’autore di un colpo di Stato?
  • La narrazione “golpista” ha volutamente ignorato la relazione di maggioranza della commissione parlamentare di inchiesta, cercando di far dimenticare che la relazione fu votata anche dal partito socialista, e cioè la vittima del presunto attacco. Eppure la conclusione è di una nettezza impressionante: “La Commissione ha l’onore di annunciare la sua decisione che è di chiara perentoria esclusione di tutte le tesi dolose sopra riassunte. Nel vasto materiale documentale che la Commissione ha raccolto, non è emerso un solo elemento di prova o un solo indizio che possa addurre verso una conclusione favorevole ad una delle tesi nelle quali è stato variamente configurato il presunto tentativo di colpo di stato o di eversione, come proposto, comunque e da qualsiasi organo dello stato coltivato.  Al contrario dall’insieme dell’incarto documentale e testimoniale si ricava la prova che un tale proposito non è mai sussistito in alcuno di coloro che ne sono stati indiziati”.
  • La inattendibilità dei denuncianti. Ci si è completamente dimenticati che già nel corso del processo Lino Jannuzzi, autore e ricostruttore della denuncia, ritrattò l’accusa e nessuno ricorda più che, su “Panorama” del 20 giugno 2003, Jannuzzi raccontò di essere stato agente del KGB e di avere ricevuto i documenti sul piano Solo dall’uomo di Mosca, dirigente del KGB, nome in codice “Gagarin”. Che attendibilità si può dare ad accusatori di questo genere?
  • E’ stato pubblicato il “Diario” di Antonio Segni. Le ultime pagine si chiudono su queste vicende. E’ illuminante il resoconto di un colloquio, forse l’ultimo, in cui due uomini complessi e diversissimi come Antonio Segni e Aldo Moro danno sfogo alle loro tensioni. Antonio Segni gli dice che non aveva il diritto di lamentarsi di lui, e Moro lo riconosce, ma, aggiunge, “voleva solo essere sicuro che gli avrebbe mantenuto l’appoggio”. “Dico di sì, conclude Segni, entro i limiti della Costituzione.” Certo sono le parole di una parte in causa. Ma è pensabile che una frase del genere sia stata scritta, in un diario personalissimo, da chi si riprometteva di violare la Carta Costituzionale?