di Velia Iacovino

Psicosicologa e psicoterapeuta di fama internazionale, è morta a 78 anni. Ha dedicato tutta la sua vita ai diritti dei bambini con impegno instancabile

 

Conoscevo Maria Rita Parsi da sempre. Per questo la notizia della sua morte, avvenuta oggi a Roma a 78 anni, mi ha devastato. Un nuovo improvviso silenzio. Un’altra assenza. L’eco delle parole scambiate, dei confronti accesi, delle idee condivise, delle magnifiche cene sulla sua splendida terrazza affacciata sulla Grande Bellezza, dove un tempo ci si ritrovava tutti, semplicemente amici, a guardare, sì, anche le stelle, a progettare il presente, a sognare un mondo migliore.Maria Rita non era soltanto una grande psicologa e una psicoterapeuta di fama internazionale: era una donna brillante, intelligente, profondamente umana. Una di quelle persone che, quando parlano, senti che stanno mettendo in gioco qualcosa di vero. Ed era un punto di riferimento per tanti. La sua intelligenza era di quelle profondamente empatiche e priva di ogni esercizio di superiorità. Lei sapeva guardare dentro gli altri e prendersene cura. In lei il sapere non è mai stato separato dalla responsabilità morale. E forse è per questo che chi l’ha conosciuta davvero oggi non perde solo una professionista straordinaria, ma una presenza importante della scena culturale italiana.

L’ultima volta che l’ho sentita è stata pochissimi giorni fa, per un’intervista sull’ingratitudine di Volodymyr Zelensky dopo le sue parole a Davos contro l’Europa. Un tema a lei caro, sul quale aveva già scritto un saggio, Ingrati. La sindrome del beneficato, in cui analizzava appunto quella che chiamava la “sindrome rancorosa del beneficato”: una forma di ingratitudine profonda, spesso comune, in cui chi riceve aiuto non ha la forza, il coraggio o l’onestà intellettuale di riconoscerlo. Una condizione che trasforma il sostegno in ostilità e il benefattore in bersaglio di rancore.“Zelensky e Putin — mi disse — sono degni l’uno dell’altro. E se si chiedesse loro una cartella clinica finirebbero nello stesso manicomio. Si combattono per un pezzo di terra senza tener conto delle persone, degli uomini, delle donne e dei bambini, di cui hanno distrutto le vite. Il mondo sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia, con al potere leader psicotici, narcisisti maligni, esibizionisti, che sono solo capaci di calpestare l’umanità e i loro valori”. E noi che facciamo? Le sue parole, nelle quali non c’era cinismo, ma dolore e preoccupazione, ci risuonano dentro come un monito.

Nata a Roma il 5 agosto 1947, Maria Rita Parsi ha dedicato l’intera esistenza all’infanzia e all’adolescenza. Non per vocazione astratta, ma per scelta quotidiana. Ha fatto della tutela dei bambini una missione che attraversava tutto: la clinica, la ricerca, le istituzioni, la scrittura, la televisione. Per lei i bambini non erano “il futuro”, come spesso si dice con leggerezza. Erano il presente. E guardandoli, diceva, si capisce chi siamo davvero come adulti e come società.Psicologa, psicoterapeuta, psicopedagogista, docente e divulgatrice, ha sempre tenuto insieme il lavoro clinico e l’impegno pubblico. La psicoanimazione, metodologia da lei ideata, nasceva proprio da questo: dall’idea che le persone, soprattutto i più giovani, abbiano bisogno di esprimersi, di essere ascoltate, di essere riconosciute. Da quella visione sono nate la Scuola Italiana di Psicoanimazione e, nel 1992, il Movimento per, con e dei bambini, poi divenuto Fondazione Movimento Bambino Onlus. Un luogo di protezione, ma anche di cultura e di coscienza, contro abusi, violenze, maltrattamenti e contro quella forma più subdola di violenza che è l’indifferenza.

Parsi non ha mai accettato scorciatoie emotive. Difendere i bambini significava anche disturbare gli adulti, mettere in discussione assetti di potere, denunciare ipocrisie. Per questo il suo impegno istituzionale è stato lungo e intenso: consulente del Tribunale civile di Roma, membro dell’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza, esperta presso il Dipartimento per le politiche della famiglia, componente di commissioni parlamentari. Dal 2012 è stata membro del Comitato Onu per i Diritti del Fanciullo, a Ginevra, portando in quella sede una voce competente, rigorosa, ma sempre profondamente umana.Accanto a tutto questo, Maria Rita ha sempre sentito il dovere di parlare alle persone. Di spiegare, di rendere comprensibile ciò che spesso viene nascosto dietro il linguaggio tecnico. Era giornalista pubblicista dal 1995 e ha collaborato con numerose testate. In televisione e sui giornali sapeva farsi ascoltare perché non parlava mai dall’alto. Parlava con chi aveva davanti. Anche quando diceva cose difficili.

Autrice di oltre cento libri, ha scritto pagine fondamentali per comprendere il disagio, la violenza, la manipolazione, il narcisismo, le ferite dell’infanzia e dell’adolescenza. Le mani sui bambini, S.O.S. Pedofilia, Maladolescenza, Manifesto contro il potere distruttivo, Ingrati. La sindrome del beneficato non sono solo saggi: sono prese di posizione. Libri che non consolano, ma aiutano a vedere. E vedere, per lei, era già una forma di cura. In questo percorso si inserisce anche Generazione H, il libro con cui nel 2018 ha vinto il Premio “Franco Cuomo International Award”, sezione Saggistica. Un riconoscimento assegnato a un’opera capace di offrire un ritratto profondo e non ideologico dei giovani di oggi: nativi digitali, cittadini virtuali del mondo, spesso adultizzati troppo in fretta e lasciati soli.

Fedele a se stessa, ai suoi principi, ai suoi ideali, ai suoi valori, sempre in cerca non di applausi, ma della verità e vicina a chi non aveva voce, così personalmente la ricorderò, fuori di ogni retorica. Una persona buona, generosa, leale, una grande studiosa, senza arroganza.

 

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