di Carlo Longo

Da Catania a Palermo, la due giorni siciliana dei workshop dell’Agenzia del Demanio ha mostrato una nuova idea di gestione del patrimonio immobiliare dello Stato: non più immobili come contenitori vuoti, ma luoghi da riattivare per creare valore sociale, culturale, ambientale ed economico. Sotto la guida caparbia di Alessandra Dal Verme, l’Agenzia sta trasformando il proprio ruolo: da amministratore di beni pubblici a motore di rigenerazione urbana, ascolto dei territori e responsabilità etica del progetto
di Carlo Longo

La Sicilia è stata, per due giorni, il laboratorio più evidente di una trasformazione che riguarda l’intero Paese. Prima Catania, poi Palermo: i workshop dell’Agenzia del Demanio hanno acceso i riflettori su un tema che troppo spesso resta confinato nel linguaggio tecnico dell’amministrazione pubblica, ma che in realtà tocca la vita quotidiana delle città, dei cittadini, degli studenti, delle istituzioni e delle comunità. Il patrimonio immobiliare dello Stato non è una mappa di edifici, fascicoli, vincoli e destinazioni d’uso. È una risorsa viva. O, almeno, può tornare a esserlo quando viene guardato con coraggio, competenza e visione.
È questo il tratto più forte emerso dalla due giorni siciliana: l’Agenzia del Demanio guidata da Alessandra Dal Verme sta provando a cambiare radicalmente il modo in cui lo Stato guarda ai propri immobili. Non più beni da conservare in modo passivo, né semplici spazi da assegnare a funzioni amministrative, ma strumenti attraverso cui costruire sviluppo, rigenerazione urbana, coesione sociale, identità culturale e sostenibilità ambientale.
I numeri raccontano la dimensione della sfida. L’Agenzia gestisce a livello nazionale oltre 45 mila immobili, per un valore di 63,2 miliardi di euro, con 44 milioni di metri quadrati di fabbricati e 1,3 miliardi di metri quadrati tra aree, riserve naturali, boschi e terreni. In Sicilia il patrimonio gestito conta 3.412 immobili, per un valore di 2,6 miliardi, 3,3 milioni di metri quadrati di fabbricati e 8,5 milioni di metri quadrati di riserve naturali, boschi e terreni. Non sono cifre neutre: sono il perimetro concreto entro cui si può immaginare una nuova politica pubblica dei luoghi.
Ma la novità non è solo quantitativa. È culturale. Dal 2022, come ha ricordato Dal Verme, l’Agenzia ha mutato la propria visione strategica: al centro non ci sono più soltanto gli immobili, ma le persone. È un passaggio decisivo. Significa che ogni edificio deve essere interrogato non solo per ciò che è stato, ma per ciò che può tornare a generare. Quale domanda pone il territorio? Quali bisogni esprime la città? Quale funzione può produrre valore pubblico? Quale uso può trasformare un bene chiuso, abbandonato o sottoutilizzato in un luogo attraversato, vissuto, riconosciuto?
In questo senso, la parola chiave scelta da Dal Verme — etica — non è retorica istituzionale. È metodo di lavoro. Etica, nelle sue parole, significa capacità di dare risposta a qualcuno diverso da noi: gli utenti degli immobili pubblici, le amministrazioni che li occupano, i territori che li ospitano, le comunità che ne attendono la riapertura. Per un manager pubblico, questa responsabilità diventa una domanda concreta: come trasformare la discrezionalità amministrativa in scelta orientata all’interesse pubblico? Come evitare che il vincolo diventi immobilismo? Come fare della conoscenza, della progettazione e della condivisione gli strumenti di una nuova stagione?
La risposta dell’Agenzia passa da alcuni assi fondamentali: sostenibilità, collaborazione con università ed enti di ricerca, innovazione e digitalizzazione, pianificazione integrata con i territori. I Piani Città degli Immobili Pubblici sono il cuore di questo processo: strumenti capaci di raccordare gli immobili dello Stato con la pianificazione urbana, ambientale e sociale delle città. Non singole operazioni isolate, dunque, ma una regia complessiva che prova a leggere vocazioni, fragilità, opportunità e fabbisogni. A oggi sono 34 i Piani Città firmati, segno di un modello che sta progressivamente diventando una pratica strutturale.

A Catania, il Piano Città guarda alla stratificazione storica e culturale della città come a un ecosistema mediterraneo da riattivare. Gli obiettivi strategici sono chiari: valorizzare il patrimonio storico-artistico, rigenerare aree urbane per migliorare la qualità della periferia e della vita di quartiere, riqualificare spazi esterni connessi anche a percorsi di mobilità sostenibile. Tra i progetti richiamati figurano la Cittadella della giustizia, l’ex Educandato Regina Elena destinato a nuova sede del Tribunale dei minori, Villa Cusà, l’ex Ferrovia Circumetnea e l’area di Librino, pensata come hub di rigenerazione e sviluppo urbano.
A Palermo, il quadro si fa ancora più emblematico. Il Piano Città punta a valorizzare la città come metropoli della cultura euro-mediterranea, dove bellezza, innovazione e benessere possano incontrarsi attraverso il recupero di immobili pubblici di valore storico, aree dismesse e spazi aperti. Gli obiettivi comprendono il sostegno allo sviluppo, l’attenzione alle fragilità sociali e ai rischi ambientali, la rigenerazione urbana, il potenziamento dell’offerta universitaria e culturale.
Il caso di Palazzo delle Finanze è forse il più rappresentativo della svolta impressa da Dal Verme. Un grande edificio inutilizzato da circa vent’anni, affacciato da un lato sul porto turistico e dall’altro vicino al centro storico, inizialmente destinato a uffici pubblici. Una destinazione apparentemente ordinaria, quasi automatica. Ma proprio qui interviene il cambio di sguardo: quella funzione risponde davvero alla vocazione del luogo? Produce apertura? Crea connessione? Genera vita urbana? La risposta, secondo l’Agenzia, doveva essere più ambiziosa. Da qui l’ipotesi di una residenza universitaria aperta alla città, con servizi culturali e ricreativi, capace di diventare connettore tra porto, centro storico, quartieri e nuove generazioni.
È in questa scelta che si vede il lavoro più profondo della direzione Dal Verme: non accontentarsi della soluzione più semplice, ma cercare quella più giusta. Non riempire un edificio, ma restituirlo al territorio. Non chiudere una pratica, ma aprire una possibilità. Per riuscirci servono conoscenza, confronto con l’università, analisi delle vocazioni urbane, documento di indirizzo alla progettazione, partenariato, capacità di coinvolgere operatori e comunità. Serve, soprattutto, quel coraggio amministrativo che Dal Verme ha indicato come qualità indispensabile per chi opera dentro uno Stato spesso appesantito da stratificazioni di regole, procedure e paure.

Palermo racconta anche altri modelli di intervento. Palazzo della Zecca diventa Urban Center, luogo in cui raccontare il Piano Città e aprire alla cittadinanza la progettualità pubblica. Palazzo Marchesi viene immaginato come hub sociale per didattica, accoglienza e formazione. L’ex Convento dei Crociferi sperimenta il temporary use come museo delle Città del Mondo e spazio culturale provvisorio ma attivo. L’ex Chimica Arenella rappresenta invece il lavoro con il Comune su una grande area dismessa, da riqualificare attraverso una mixité di funzioni ricettive, culturali, sportive e sociali.
In tutti questi casi il patrimonio pubblico smette di essere un problema da gestire e diventa una leva di trasformazione. La formula più efficace è forse quella emersa nel confronto palermitano: attivare un “dinamismo rigenerativo” capace di prendere le distanze dall’immobilismo e dalle sfere chiuse del potere. È un’espressione importante, perché dice che la rigenerazione non è soltanto edilizia. È politica pubblica nel senso più alto: costruzione di fiducia, apertura degli spazi, redistribuzione di opportunità, creazione di legami.
La due giorni siciliana ha dunque mostrato un’Agenzia del Demanio molto diversa dall’immagine burocratica che spesso accompagna gli enti pubblici. Un’Agenzia che dialoga con università, comuni, ordini professionali, progettisti, studenti, operatori economici e cittadini. Un’Agenzia che lavora sulla qualità della progettazione e sulla trasformazione digitale non come slogan, ma come strumenti per conoscere meglio il patrimonio e orientare meglio le scelte. Un’Agenzia che interpreta il proprio mandato non come semplice amministrazione dell’esistente, ma come cura attiva del futuro.
Il merito della direzione di Alessandra Dal Verme sta proprio qui: nell’aver imposto con caparbietà una visione. Gestire il patrimonio immobiliare dello Stato significa assumersi una responsabilità etica verso i territori. Significa domandarsi, ogni volta, quale sia la risposta migliore per la collettività. Significa non lasciare che gli edifici abbandonati diventino monumenti all’inerzia pubblica, ma trasformarli in infrastrutture di vita civile.Catania e Palermo, in questi due giorni, non sono state semplicemente tappe di un percorso istituzionale. Sono state la dimostrazione che lo Stato, quando sceglie di ascoltare, programmare e progettare con coraggio, può tornare a essere generatore di città. E che il patrimonio pubblico, se liberato dall’immobilismo, può diventare uno dei più potenti strumenti di rinascita dei territori.
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