di Corinna Pindaro
Cipro al voto tra tensioni geopolitiche e crisi interna. I sondaggi premiano opposizioni ed estrema destra, mentre il presidente Christodoulides rischia un Parlamento frammentato e più instabile
Cipro affronta elezioni decisive in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. L’isola mediterranea, presidente di turno dell’Unione europea e strategicamente esposta alle tensioni in Medio Oriente, rischia di uscire dalle urne con un quadro politico più frammentato e instabile.
A preoccupare è soprattutto l’indebolimento del presidente Nikos Christodoulides, alleato del Partito Popolare Europeo e considerato uno dei principali punti di riferimento europeisti dell’area orientale del Mediterraneo.
Il peso strategico di Cipro nel Mediterraneo
Negli ultimi mesi Cipro è finita al centro degli equilibri geopolitici regionali. L’isola è stata coinvolta indirettamente anche nel conflitto tra Stati Uniti e Iran, quando droni lanciati da Teheran hanno colpito una base britannica presente sul territorio cipriota.
Secondo Hubert Faustmann, docente di Scienze politiche all’Università di Nicosia, il governo guidato da Christodoulides ha cercato di sfruttare il crescente peso strategico di Cipro per rafforzare il ruolo del Paese all’interno dell’Unione europea.
Nonostante ciò, il presidente cipriota rischia ora di perdere ulteriore forza politica a causa di un Parlamento destinato a diventare ancora più frammentato.
I sondaggi: popolari avanti, ma avanzano opposizioni e nazionalisti
Le rilevazioni elettorali indicano in testa il partito conservatore Democratic Rally (Disy), storicamente legato al Partito Popolare Europeo. La formazione resta però in rapporti complicati con Christodoulides, che in passato ne faceva parte prima di candidarsi come indipendente alle presidenziali del 2023.
Subito dietro crescono due forze di opposizione che potrebbero cambiare gli equilibri politici dell’isola: i comunisti di Progressive Party of Working People (Akel) e soprattutto l’estrema destra di National Popular Front (Elam).
Secondo i sondaggi, Elam potrebbe diventare il terzo partito del Paese intercettando il malcontento su immigrazione, costo della vita e sicurezza regionale.
L’ascesa di Elam e il timore per la deriva nazionalista
La crescita di Elam rappresenta uno degli elementi più osservati di questa tornata elettorale. Il partito nazionalista cipriota, in passato vicino ai neonazisti greci di Alba Dorata, ha costruito il proprio consenso su una linea fortemente anti-immigrazione e su posizioni rigide riguardo alla divisione dell’isola.
La formazione sostiene che Cipro debba restare integralmente greca e chiede la chiusura dei valichi verso il Nord occupato dalla Turchia dal 1974.
Secondo gli analisti, Christodoulides potrebbe aver bisogno proprio dell’appoggio di Elam per mantenere una maggioranza politica stabile in vista delle elezioni presidenziali del 2028, uno scenario che suscita preoccupazioni anche nel Partito Popolare Europeo.
La questione della riunificazione resta bloccata
Nonostante il cambio politico avvenuto a Cipro Nord con la vittoria del moderato Tufan Erhürman, favorevole teoricamente alla riunificazione, il dossier cipriota continua a restare fermo.
I negoziati sostanziali tra le due parti dell’isola sono bloccati dal 2017 e restano aperti nodi centrali come la presenza delle truppe turche, le garanzie di sicurezza e il modello istituzionale futuro.
Nel frattempo, le priorità degli elettori si sono spostate soprattutto su economia, disuguaglianze e gestione dei flussi migratori, temi che stanno favorendo le forze populiste e radicali.
Un voto che pesa anche sull’Europa
Le elezioni cipriote vengono osservate con attenzione anche a Bruxelles. La posizione geografica dell’isola, il suo ruolo energetico nel Mediterraneo orientale e le tensioni crescenti tra Europa, Turchia e Medio Oriente rendono il voto molto più rilevante di quanto suggeriscano le dimensioni del Paese.
Per Christodoulides, il rischio non è tanto la caduta del governo – impossibile in un sistema presidenziale – quanto quello di trovarsi con un Parlamento ostile e con margini di manovra molto più ridotti nei prossimi anni.
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