di Martina Esposito

Presentato all’Accademia Nazionale di San Luca il rapporto “Musei di vetro”: per quasi il 90% degli italiani le esperienze culturali valgono più dei beni di lusso

Il rapporto degli italiani con la cultura è, tutto sommato, in crescita. Lo afferma, contro le più grigie narrazioni che dominano la società del nostro Paese, il nuovo studio del Censis, che nella cornice dell’Accademia Nazionale di San Luca a Roma ha presentato “Musei di vetro. Il nuovo rapporto degli italiani con i luoghi della cultura”. L’indagine, che rivela come per quasi il 90% degli italiani spendere per esperienze culturali sia più significativo che acquistare beni di lusso, fotografa anche le nuove tendenze della relazione con la cultura e con i suoi luoghi per eccellenza: i musei. Questi infatti non sono più soltanto deputati alla conservazione e alla tutela del patrimonio, ma spazi sempre più connessi all’esperienza, alla partecipazione e al benessere individuale e collettivo. Insomma, la direttrice rintracciata indica una maggiore appetibilità del commitment culturale piuttosto che del consumo museale.

Ad aprire l’incontro è stato Claudio Strinati, direttore dell’Accademia Nazionale di San Luca. La presentazione del rapporto è stata affidata a Nicoletta Diotallevi dell’Area Cultura del Censis, mentre il dibattito, moderato dal segretario generale del Censis Giorgio De Rita, ha visto la partecipazione di Antonio Calabrò, presidente di Museimpresa, Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese, Maurizio Lupi, presidente della Fondazione Costruiamo il Futuro, e Federica Rinaldi, direttrice del Museo Nazionale Romano.

De Rita: «Noi guardiamo il museo e il museo guarda noi»

«Gli italiani stanno sviluppando nei confronti della cultura uno sguardo via via più profondo». Così Giorgio De Rita ha dato il via ai lavori con un intervento che ha chiarito come l’immagine dei “musei di vetro” sia utile per descrivere il nuovo rapporto tra pubblico e luoghi della cultura: spazi trasparenti che non solo accolgono i visitatori, ma sono anche capaci di osservare e interpretare i flussi delle persone. «Guardiamo il museo e il museo guarda noi», ha osservato, delineando una relazione sempre più reciproca tra istituzioni culturali e società.

I saluti iniziali sono stati affidati a Claudio Strinati, che ha sottolineato come l’iniziativa di Censis rispecchi le aspirazioni di dialogo che l’Accademia vuole portare avanti, essendo «un’istituzione dal retaggio glorioso e incisivo nella vita culturale della nazione ma che ha progressivamente perso la sua capacità di interlocuzione per quanto riguarda i propri fini istituzionali». Quanto agli elementi più innovativi del rapporto, Strinati ha indicato «la sezione dedicata al museo d’impresa», inserendola in una riflessione più ampia sul significato contemporaneo della cultura. «Ma qual è oggi il rapporto tra cittadino e cultura?», si è chiesto il direttore, osservando come questa ricerca arrivi «non molto tempo dopo quella fase storica in cui il Ministero dei Beni culturali è diventato Ministero della Cultura», un passaggio «il cui senso è ancora in fase di evoluzione e definizione». «Questo rapporto illumina ulteriormente questa parola, “cultura”, che ha un significato dottrinale e universitario, ma ormai anche burocratico e amministrativo», ha concluso.

Il cuore del rapporto firmato Censis

Nel presentare il rapporto, Nicoletta Diotallevi ha spiegato come la metafora del vetro sia stata scelta per raccontare «le attuali fasi di transizione» vissute dai luoghi della cultura. «Da un lato il vetro richiama le teche che custodiscono il patrimonio e ci consentono di goderne», ha osservato, «dall’altro, quando lo sguardo del visitatore si distoglie per un secondo dall’opera d’arte, comincia a percepire anche il proprio riflesso». È proprio «in questo gioco di rimandi visivi» che, secondo la ricercatrice del Censis, si colloca oggi il ruolo contemporaneo dei musei.

Diotallevi ha ricordato come già il 59esimo Rapporto Censis avesse descritto le esperienze culturali come «sempre più simili a dispositivi esperienziali», elemento da cui è partita la riflessione sul nuovo rapporto tra visitatori e luoghi della cultura. Una relazione che continua a oscillare tra le funzioni tradizionali — conservazione del patrimonio e trasmissione della conoscenza — e nuovi bisogni sociali, legati al tempo libero, alla partecipazione e al benessere collettivo. «I luoghi della cultura oggi devono conservare un ruolo riconoscibile», ha spiegato, «ma lo devono fare dentro una società sempre più immersa in una difficile rinegoziazione dei propri tempi e delle proprie priorità».

Nel cuore del suo intervento, Diotallevi ha proposto l’immagine del “Narciso contemporaneo” per descrivere il modo in cui gli italiani guardano oggi alla cultura. «Lo specchio d’acqua sono i luoghi della cultura del nostro Paese», ha detto, «e ciò che vediamo riflesso sono le nostre aspirazioni personali». Da qui i dati più significativi della ricerca: l’86,7% degli italiani ritiene che il livello culturale possa migliorare le opportunità lavorative, oltre nove italiani su dieci associano la partecipazione culturale al benessere psicofisico e l’88,9% considera le esperienze culturali più significative dell’acquisto di beni di lusso.

Allo stesso tempo, però, restano gli ostacoli: «L’acqua rappresenta le difficoltà che allontanano dalla partecipazione culturale», ha osservato, citando il costo elevato, la mancanza di tempo e la difficoltà di comprensione dei contenuti. Nonostante ciò, gli italiani continuano a cercare «una maggiore autonomia nella costruzione di un rapporto diretto con i contenuti», privilegiando strumenti semplici e accessibili come l’ingresso libero o le visite guidate rispetto alle esperienze immersive. Secondo Diotallevi, è proprio in questo scenario che si comprende il passaggio «dal consumo museale al commitment culturale»: il museo non è più soltanto un luogo da visitare, ma uno spazio attraverso cui «gli italiani provano a ricomporre il puzzle di loro stessi, composto da identità, benessere, conoscenza e appartenenza».

I luoghi della cultura visti dai protagonisti del settore

Sul rapporto tra musei e pubblici si è soffermata Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese, che ha evidenziato come oggi non esista più «un pubblico monolitico». Le modalità di partecipazione culturale cambiano infatti da generazione a generazione e richiedono strumenti differenti di coinvolgimento. Cappelletti ha sottolineato come le visite guidate continuino a essere particolarmente richieste dal pubblico adulto, mentre i visitatori più giovani mostrano aspettative e modalità di fruizione differenti. Per questo, secondo la direttrice della Galleria Borghese, il museo contemporaneo deve costruirsi attorno a tre direttrici fondamentali: «ricerca, conversazione e generosità», favorendo un rapporto più aperto e dialogico con i visitatori.

Nel suo intervento, Maurizio Lupi ha invece insistito sul valore civile e pedagogico dell’arte. Richiamando il celebre pensiero dostoevskiano sulla bellezza che “salverà il mondo”, il presidente della Fondazione Costruiamo il Futuro ha definito l’arte «un elemento di coesione», capace di rafforzare il senso di comunità e di svolgere una funzione educativa fondamentale all’interno della società contemporanea.

Nel corso del dibattito, Antonio Calabrò ha riportato l’attenzione sul rapporto storico tra bellezza, impresa e territorio, invitando a distinguere il concetto di mecenatismo da quello di museo d’impresa. Per il presidente di Museimpresa, la competitività industriale italiana nasce infatti da una lunga tradizione culturale che ha saputo trasferire «la cultura del bello» nella produzione manifatturiera e nel design. Citando il Costituto Senese del 1309, Calabrò ha ricordato come la bellezza fosse già allora considerata un dovere civile, oltre che un elemento di attrattività economica per cittadini e stranieri. I musei d’impresa, ha spiegato, rappresentano oggi «testimonianze di questa cultura del bello trasferita nella produzione industriale», capaci di raccontare il made in Italy, il lavoro e il rapporto profondo tra imprese e territori. Uno sguardo rivolto anche al futuro, soprattutto sul tema dell’intelligenza artificiale, definita «una sfida culturale» rispetto alla quale l’Europa dovrebbe costruire una propria autonomia fondata su elementi culturali europei.

A chiudere il confronto è stata Federica Rinaldi, direttrice del Museo Nazionale Romano, che ha rivendicato il modello di un «museo senza mura», capace di lavorare in maniera intensa sul territorio pur mantenendo una forte dimensione internazionale. Descrivendo una struttura operativa fatta di «quattro sedi», Rinaldi ha sottolineato la capacità del museo di costruire reti, relazioni e progettualità diffuse, indicando proprio nel dialogo costante con il territorio uno degli elementi centrali del museo contemporaneo.

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