di Redazione

Nel caos della guerra civile in Sudan, solo le opere più pesanti hanno resistito al saccheggio. Tra queste, la colossale figura del faraone nero Taharqa

Nel cortile del Museo Nazionale di Khartoum in Sudan si erge ancora, fiera e immobile, la statua del faraone Taharqa. La sua sopravvivenza non è un miracolo estetico ma un fatto di peso: troppo grande per essere trasportata, è scampata al destino che ha travolto la maggior parte delle collezioni. Le sale interne, un tempo custodi di cinquemila anni di civiltà, oggi mostrano il vuotoscaffali deserti, statue spezzate, e un tetto che porta i segni delle granate esplose durante i combattimenti tra esercito regolare e forze paramilitari.

Il bottino della “camera d’oro”

Prima della guerra, il museo era un archivio straordinario della storia del Sudan: oltre mezzo milione di reperti, dalle tombe reali del regno di Kush alle minuscole effigi funerarie in bronzo. Oggi, gran parte di questo patrimonio è disperso. Particolarmente devastante è stato il saccheggio della cosiddetta “camera d’oro”, dove erano custoditi ornamenti e gioielli di epoca antichissima, alcuni dei quali risalenti a ottomila anni fa. Oro puro, pietre preziose e statue minute sono spariti, caricati su camion diretti verso il Darfur, roccaforte delle Forze di sostegno rapido. Le piccole sculture kushite, facili da occultare e molto ricercate sul mercato clandestino, rappresentano uno dei bottini più ambiti.

Accuse e tentativi di salvataggio

Il governo sudanese denuncia i saccheggi come veri e propri «crimini di guerra», imputandoli direttamente ai paramilitari, che tuttavia negano ogni responsabilità. Intanto, la rete di contrabbando alimenta il rischio che i reperti compaiano all’estero, nonostante gli sforzi delle autorità e il coinvolgimento di Interpol. L’Unesco ha lanciato un appello alla fine del 2024, invitando collezionisti e mercanti a rifiutare ogni transazione sospetta. Secondo il Comitato per la protezione dei musei, oltre venti istituzioni culturali del Paese sono state devastate e le perdite economiche stimate superano i 110 milioni di dollari. Una cifra enorme che, tuttavia, non potrà mai restituire il senso del vuoto lasciato da un patrimonio disperso.

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