di Redazione
Dall’acciaio alla chimica, dalla ceramica ai trasporti marittimi, le imprese denunciano l’eccesso di rigidità ambientale dell’Unione Europea. Meloni e le associazioni di categoria chiedono la revisione di Ets e Cbam per evitare nuovi costi, delocalizzazioni e perdita di posti di lavoro.
Le imprese italiane dell’acciaio, della chimica e della ceramica lanciano un nuovo allarme: le politiche ambientali dell’Unione Europea rischiano di minare la competitività del sistema produttivo nazionale, già gravato da costi energetici e normativi in continua crescita.
Navi e trasporti marittimi, tra sgravi e rischio da 3 miliardi
Il settore del trasporto marittimo – grazie a un intreccio di esenzioni sull’acquisto di quote e a un regime Iva favorevole – ha finora contenuto l’impatto delle nuove norme europee, ma senza ulteriori correttivi rischia di dover versare fino a 3 miliardi di euro all’anno. Stefano Messina, presidente di Assarmatori, ha denunciato «l’oltranzismo ambientale della Commissione europea e di alcuni Paesi del Nord», accusandoli di aver messo «in ginocchio un comparto già duramente colpito dalle altre normative, a cominciare dall’Ets».
Meloni e Gozzi: “Cbam e Ets da rivedere”
Anche la premier Giorgia Meloni, in un messaggio all’assemblea di Federacciai, ha criticato il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), il meccanismo pensato per tassare le importazioni da Paesi con standard ambientali più bassi. Secondo Meloni, il sistema si è trasformato in «un incentivo alla delocalizzazione» e va «rivisto con urgenza». Dello stesso avviso Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, che ha definito l’Ets – il sistema europeo di scambio delle quote di emissione – «un vero e proprio dazio». Senza una moratoria, le imprese siderurgiche e dell’alluminio rischiano un aumento dei costi di approvvigionamento del 15% e un aggravio complessivo di 30 miliardi di euro. Gozzi ha chiesto di correggere le «storture» di un impianto normativo «ideologico ed estremista» che ha eroso competitività e quote di mercato senza reali benefici ambientali.
Chimica: meno ricerca, più delocalizzazioni
Nel settore chimico, dove il 60% del fatturato proviene dalle esportazioni (oltre 36 miliardi di euro), il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella, teme un ulteriore incremento dei costi: «Con la riduzione programmata delle quote, il conto salirà a 1,5 miliardi nei prossimi cinque anni», ha spiegato. Risorse che verranno sottratte a ricerca e innovazione. Buzzella avverte anche sui nuovi obiettivi europei di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040, che potrebbero spingere molte aziende a chiudere o a trasferirsi fuori dall’Europa.
Ceramica: utile azzerato e investimenti a rischio
Per la ceramica, le regole Ets rappresentano una minaccia diretta alla sopravvivenza del comparto. Il presidente di Confindustria Ceramica, Augusto Ciarrocchi, ha stimato costi per 130 milioni di euro l’anno, destinati a salire a 190 milioni dal 2026, una cifra in grado di cancellare l’utile netto del settore. «Servono misure urgenti – ha detto – per sospendere la riduzione delle quote gratuite e ampliare l’accesso agli strumenti nazionali equivalenti, così da alleggerire gli oneri delle Pmi e salvaguardare gli investimenti in innovazione».
Un fronte industriale comune
Dai trasporti all’acciaio, dalla chimica alla ceramica, le associazioni imprenditoriali italiane chiedono un cambio di passo a Bruxelles: non un arretramento sugli obiettivi ambientali, ma una revisione delle modalità con cui vengono imposti. Il rischio, avvertono, è che l’Europa finisca per indebolire le proprie industrie senza ottenere i risultati climatici sperati.
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