di Velia Iacovino
Con il debito ai massimi storici, le tensioni parlamentari e le proteste sociali in crescita, la Francia affronta una situazione politica ed economica che potrebbe avere effetti su tutta l’Europa.
Oggi non è solo un governo a cadere. È un Paese che si guarda allo specchio e non riconosce più la propria immagine. François Bayrou aveva parlato chiaro: la Francia non ha un bilancio in pareggio da 51 anni, la spesa pubblica continua a crescere e il debito è diventato un macigno che mette la nazione “in pericolo di vita”. Il Parlamento, però, ha scelto un’altra strada: non quella della responsabilità, ma quella della resa dei conti politica, sfiduciando il premier con 364 voti contrari.
Ora Emmanuel Macron si trova davanti a un compito quasi impossibile: trovare un nuovo primo ministro capace di resistere in un’Assemblea frammentata in blocchi inconciliabili. L’ipotesi favorita resta Sébastien Lecornu, 39 anni, ministro della Difesa, già considerato per Matignon lo scorso dicembre. Lecornu avrebbe già avviato discussioni sul nuovo governo, anche se il ministero della Difesa smentisce. L’incertezza sulla scelta finale durerà fino all’ultimo momento.
La crisi è tanto politica quanto economica. Macron punta a un cambio rapido, forse già nelle prossime ore, per contenere proteste di piazza e pressione sui mercati, con un debito che ha raggiunto i 3.300 miliardi di euro. Venerdì è atteso il verdetto di Fitch, che potrebbe declassare la Francia. Sul mercato obbligazionario il titolo a 10 anni francese rende ora quanto l’equivalente italiano (3,48% contro 3,47%), segnalando uno “stallo pericoloso”.
Ma la crisi francese non è solo istituzionale: è sistemica. La politica fatica a governare la realtà economica e sociale senza rifugiarsi nella demagogia. La Francia protesta per ottenere più spesa pubblica, quando già spende più di quasi tutti in Europa; chiede protezione, mentre i conti sprofondano; invoca identità, mentre teme di perderla. È il paradosso di una democrazia che rischia di trasformarsi in un laboratorio permanente di insoddisfazione.
Il pericolo non è solo economico: è politico e culturale. La paralisi alimenta l’idea che la democrazia non funzioni più, che per dare risposte serva un uomo solo al comando. È l’illusione dell’autocrate. L’Europa, che della democrazia rappresentativa ha fatto la sua ragion d’essere, si trova davanti a un bivio: ricostruire fiducia o lasciare spazio all’erosione lenta delle sue fondamenta.
La politica non è però l’unico fronte aperto. Cresce l’allerta sicurezza in vista del debutto di “Blocchiamo tutto”, movimento nato sui social e destinato a manifestazioni simboliche e potenzialmente violente. Il ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha mobilitato prefetti e forze dell’ordine, sottolineando la necessità di fermezza. Il malcontento, nato contro i piani di austerità, è ora alimentato dalle richieste di dimissioni di Macron, rilanciate da Jean-Luc Mélenchon, che ha annunciato una nuova mozione di sfiducia pur senza numeri per approvarla.
Sul fronte opposto, Marine Le Pen spinge per elezioni legislative anticipate e boccia la proposta di Gabriel Attal di nominare un negoziatore per mediare tra le forze politiche. In caso di elezioni anticipate, la leader del Rassemblement National potrebbe ricorrere alla Corte costituzionale per candidarsi, aumentando ulteriormente la pressione sull’equilibrio politico e istituzionale francese.La verità è che oggi non è solo Macron a essere sotto assedio. È la democrazia europea stessa, costretta a dimostrare di saper ancora governare il presente senza tradire i suoi principi. La Francia ha davanti una scelta storica: governare con coraggio e mediazione o lasciare che l’instabilità diventi la norma, trasformando Parigi in un laboratorio europeo di tensione politica, sociale ed economica.
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