di Emilia Morelli

Nel discorso a Lovanio, Mario Draghi lancia un messaggio chiaro: senza un salto federale l’Europa resterà un grande mercato senza potere politico

draghiAll’Europa non basta più funzionare bene: oggi deve saper esercitare potere. È questo il cuore del messaggio lanciato da Mario Draghi durante il suo intervento a Lovanio, in occasione del conferimento del dottorato honoris causa. Un discorso che va oltre l’analisi economica e tocca il nodo politico fondamentale dell’integrazione europea.

Secondo Draghi, l’Unione non si trova più di fronte a un problema di aggiustamenti marginali, ma a una scelta di fondo: continuare a essere un grande mercato regolato oppure trasformarsi in un soggetto capace di incidere realmente sugli equilibri globali. In un mondo in cui le regole stanno cambiando rapidamente, la neutralità non è più un’opzione.

Dove l’Europa è federale, è una potenza

Draghi individua una linea di frattura chiara. Nei settori in cui l’Europa ha già compiuto un salto federale — dal commercio alla concorrenza, dal mercato unico alla politica monetaria — l’Unione viene riconosciuta come interlocutore unitario e credibile. In questi ambiti negozia da pari con le grandi potenze e riesce a difendere i propri interessi.

Al contrario, laddove l’integrazione resta incompleta, come nella difesa, nella politica industriale o negli affari esteri, l’Europa appare fragile e frammentata. In questi casi viene trattata come un insieme di Stati di media grandezza, facilmente divisibili e gestibili dall’esterno. Il problema diventa evidente soprattutto quando commercio e sicurezza si sovrappongono: qui, avverte Draghi, i punti di forza economici europei non bastano più a compensare le debolezze politiche.

L’ordine globale non era un’illusione

Nel suo intervento, Draghi rifiuta sia la nostalgia sia la tentazione di riscrivere il passato come un errore. L’ordine internazionale nato nel secondo dopoguerra, fondato sul diritto internazionale e su istituzioni credibili, non era una costruzione illusoria. Al contrario, ha prodotto benefici tangibili e diffusi.

Gli Stati Uniti ne hanno tratto vantaggio come potenza egemone, l’Europa attraverso integrazione e stabilità, molti Paesi in via di sviluppo grazie all’accesso ai mercati globali. La crisi di quel sistema non deriva dalla sua impostazione, ma dalla sua incapacità di affrontare una frattura crescente: la separazione tra commercio e sicurezza.

Globalizzazione e nuove dipendenze strategiche

Con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, i confini tra scambi economici e interessi strategici hanno iniziato a sfumare. L’Europa aveva già esperienza di commercio oltre l’alleanza occidentale, ma mai con un Paese di dimensioni e ambizioni sistemiche comparabili.

La globalizzazione ha progressivamente abbandonato la logica del vantaggio comparato. Alcuni Stati hanno puntato a un vantaggio assoluto, attraverso politiche mercantilistiche che hanno trasferito all’esterno i costi della deindustrializzazione. Nel frattempo, le interdipendenze economiche si sono trasformate in strumenti di pressione e controllo. Ciò che un tempo veniva visto come fattore di stabilità reciproca è diventato una leva geopolitica, mentre la governance multilaterale si è rivelata priva degli strumenti concettuali e operativi per affrontare questi squilibri.

Stretti tra Stati Uniti e Cina

Il rischio, secondo Draghi, non è semplicemente un mondo con meno commercio e regole più deboli, uno scenario a cui l’Europa potrebbe comunque adattarsi. Il vero pericolo è il contesto che sta emergendo. Da un lato, un’America sempre più incline a enfatizzare i costi sostenuti, ignorando i benefici accumulati, e disposta a usare dazi e pressioni politiche, arrivando persino a considerare la frammentazione europea come un vantaggio tattico.

Dall’altro, una Cina che controlla nodi critici delle catene globali del valore ed è pronta a usarli come strumento di influenza. In mezzo, un’Europa che rischia di trovarsi contemporaneamente subordinata, divisa e progressivamente deindustrializzata.

Le leve dell’Unione non bastano senza potere politico

Draghi ricorda che l’Europa non parte da zero. È il primo esportatore e importatore mondiale, il principale partner commerciale di decine di Paesi e detiene posizioni dominanti in settori chiave dell’industria globale, dalla produzione aeronautica alle tecnologie essenziali per i semiconduttori.

Tuttavia, questa forza economica non può più essere interpretata solo in termini di crescita. Oggi il commercio è uno strumento strategico, una risposta temporanea in un contesto in cui sicurezza e scambi non coincidono più. La domanda centrale diventa allora inevitabile: l’Europa vuole restare un grande mercato esposto alle priorità altrui o compiere i passi necessari per diventare una potenza?

Un federalismo pragmatico per costruire unità

La risposta di Draghi è netta: l’Europa deve accelerare verso una forma di federalismo più compiuta. Le resistenze esistono e sono forti, ma l’unità, sottolinea, non nasce prima dell’azione. È l’azione comune a creare fiducia, a rendere sostenibili decisioni condivise e a costruire solidarietà.

Da qui l’idea di un federalismo pragmatico: fare oggi ciò che è possibile, con chi è pronto a farlo, senza perdere di vista l’obiettivo finale. La storia dell’Unione dimostra che questo approccio funziona. È accaduto con l’euro, quando un gruppo di Paesi ha deciso di andare avanti, creando istituzioni comuni che nessun trattato avrebbe potuto imporre dall’alto.

Non tutti seguiranno subito. Ma ogni passo, conclude Draghi, deve essere orientato non verso una cooperazione più debole, bensì verso una federazione autentica. È su questo crinale che l’Europa è chiamata a decidere se restare un mercato o diventare qualcosa di più.

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