di Aisha Harrison

Nel giorno in cui Vladimir Putin parla di una riconciliazione “inevitabile” con l’Ucraina e Volodymyr Zelensky rilancia la proposta di una tregua immediata di 30 giorni, a sorprendere è il presidente usa che getta ombre sul possibile esito dei negoziati, parlando di “odio tremendo” tra i leader e tra i militari

usaNel valzer surreale della diplomazia internazionale, l’ultima nota stonata arriva proprio da chi, da mesi, dirige l’orchestra della pace a suon di tweet e dichiarazioni roboanti: Donald Trump. Sì, proprio lui, il presidente Usa, che da tempo si presenta come l’unico in grado di “chiudere il conflitto in 24 ore”, oggi alza le mani. “Forse non è possibile”, dice candidamente alla NBC, parlando dell’ipotesi di un accordo di pace tra Russia e Ucraina. E lo fa con il suo stile inconfondibile, evocando l’ “odio tremendo” tra Putin e Zelensky, tra generali, tra soldati. Un’aria da resa preventiva, più che da mediatore impaziente.

Pace cercasi, anche disperatamente

Intanto Vladimir Putin, protagonista di un documentario celebrativo sui suoi 25 anni al potere, si concede una virata a effetto: la “riconciliazione con l’Ucraina è inevitabile”. Un passaggio che potrebbe sembrare un’apertura storica, se non fosse che viene da colui che ha dato il via all’invasione. “È solo questione di tempo”, dice con sicurezza, ma anche con l’impassibilità di chi considera la pace non come una concessione, ma come una tappa finale dopo la vittoria.

Nel frattempo, Volodymyr Zelensky – in visita a Praga – si mantiene sul piano della concretezza: tregua subito, almeno per 30 giorni, per lasciare spazio alla diplomazia. Ma, avverte, “non crediamo alla Russia”. Il Giorno della Vittoria si avvicina, ma l’Ucraina ha già imparato a sue spese che le tregue promesse da Mosca spesso coincidono con nuovi attacchi.

Mentre si parla, si spara

Infatti, anche ieri sono piovuti missili sulle città ucraine. E se la retorica della pace si fa insistente, sul terreno la guerra continua. L’ultima novità? Gli Stati Uniti, secondo il New York Times, starebbero spostando un sistema di difesa aerea Patriot da Israele a Kiev. Un trasferimento tecnicamente delicato e politicamente pesante, che però solleva un dubbio interessante: questa decisione è farina del sacco dell’amministrazione Trump o è l’ultimo lascito dell’era Biden?

La Casa Bianca, per ora, non chiarisce. Ma intanto il Dipartimento della Difesa conferma: “Continuiamo a fornire equipaggiamento dai pacchetti già autorizzati”. Tradotto: la macchina militare americana non si è mai fermata, e i Patriot, tanto richiesti da Zelensky (ne servivano sette, ora ne ha otto, di cui sei funzionanti), restano la spina dorsale della difesa antiaerea di Kiev.

Trump tra cinismo e calcolo

Il paradosso è evidente. Da un lato Trump si propone come l’uomo della pace, l’unico in grado di far dialogare Mosca e Kiev. Dall’altro, lascia trapelare una rassegnazione quasi filosofica al fatto che la guerra possa non finire mai.  Ma forse c’è dell’altro. Trump sa che la guerra in Ucraina è una mina vagante che non fa bene alla sua immagine e vuole prendere le distanze da un conflitto che continua a pesare sulle finanze americane e sull’opinione pubblica. E allora meglio smarcarsi-

(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati

L’articolo Russia Ucraina. Trump si smarca: la pace forse non è possibile proviene da Associated Medias.