di Emilia Morelli
La Corte europea dei diritti dell’uomo apre un procedimento sul caso Almasri e chiede al governo italiano chiarimenti sul mancato trasferimento dell’ex funzionario libico ricercato dalla Corte penale internazionale
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha deciso di esaminare il caso relativo a Osama Almasri Njeem, l’ex responsabile della polizia giudiziaria libica arrestato in Italia nel gennaio 2025 e successivamente rimpatriato in Libia nonostante un mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte penale internazionale.
Con una decisione comunicata da Strasburgo, i giudici europei hanno notificato formalmente al governo italiano due ricorsi presentati da presunte vittime dell’ex dirigente libico e hanno scelto di attribuire alla vicenda una procedura prioritaria.
Si tratta del primo passaggio formale con cui la Corte europea ritiene necessario approfondire le responsabilità dello Stato italiano nella gestione del caso.
Le accuse contro l’ex capo della polizia giudiziaria libica
Al centro della vicenda c’è il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale il 17 gennaio 2025 nei confronti di Almasri. Secondo l’accusa, l’ex funzionario sarebbe responsabile di una lunga serie di gravi violazioni dei diritti umani commesse nei confronti di migranti e detenuti nelle strutture carcerarie libiche.
Tra i reati contestati figurano torture, omicidi, violenze sessuali, schiavitù sessuale e altri crimini contro l’umanità che sarebbero stati perpetrati all’interno di centri di detenzione sotto il suo controllo.
Pochi giorni dopo l’emissione del mandato, Almasri venne fermato a Torino dalle autorità italiane.
L’arresto e il successivo rimpatrio
La gestione dell’arresto ha dato origine a una delle vicende giudiziarie e politiche più controverse degli ultimi anni. Dopo il fermo eseguito in Italia, la Corte d’Appello di Roma non convalidò la misura restrittiva.
Successivamente il governo italiano dispose il trasferimento dell’ex dirigente libico a Tripoli attraverso un volo di Stato. Una scelta che provocò immediate polemiche sia sul piano interno sia nei rapporti con la Corte penale internazionale.
Da quel momento il caso ha generato un ampio dibattito politico e istituzionale, alimentando interrogativi sul rispetto degli obblighi internazionali assunti dall’Italia.
I ricorsi delle presunte vittime
L’iniziativa davanti alla Corte europea nasce dalle denunce presentate da due persone che affermano di aver subito gravi violazioni dei diritti umani nelle strutture controllate da Almasri.
La prima ricorrente è una cittadina ivoriana residente in Italia e titolare di protezione internazionale. Secondo il suo racconto, sarebbe stata detenuta nel carcere di Mitiga, dove avrebbe subito torture e violenze sessuali.
Il secondo ricorso è stato presentato da un cittadino sudanese che sostiene di essere stato rinchiuso in diversi centri di detenzione libici e di aver assistito a torture, maltrattamenti e omicidi. L’uomo afferma inoltre di essere stato costretto a lavorare per gruppi armati riconducibili all’entourage di Almasri.
I diritti invocati davanti alla Corte
I ricorrenti ritengono che la mancata esecuzione del mandato della Corte penale internazionale abbia compromesso la possibilità di ottenere giustizia per le violazioni subite.
Nei ricorsi vengono richiamati diversi articoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, tra cui quelli che tutelano il diritto alla vita e vietano la tortura e i trattamenti inumani o degradanti.
La donna ivoriana invoca inoltre le norme relative al divieto di schiavitù e al diritto di accesso alla giustizia, sostenendo che il rimpatrio di Almasri abbia ostacolato l’accertamento delle responsabilità.
Il precedente scontro tra Italia e Corte penale internazionale
La vicenda aveva già provocato tensioni tra Roma e la Corte penale internazionale. Dopo il rimpatrio di Almasri, infatti, l’Aja aveva contestato all’Italia il mancato trasferimento del sospettato, aprendo un confronto istituzionale ancora oggi non completamente definito.
Sul fronte interno era stato aperto anche un fascicolo davanti al Tribunale dei ministri che coinvolgeva alcune delle principali figure del governo. Tuttavia, il procedimento si è successivamente concluso senza autorizzazione parlamentare a procedere.
Ora il contenzioso si sposta sul piano dei diritti fondamentali tutelati dalla Convenzione europea.
Cosa succede adesso
Con la notifica ufficiale dei ricorsi, la Corte europea ha chiesto al governo italiano di fornire chiarimenti dettagliati sulla gestione del caso e sulle ragioni che hanno portato al mancato completamento della procedura richiesta dalla Corte penale internazionale.
L’esecutivo dovrà rispondere a una serie di quesiti formulati dai giudici di Strasburgo. Solo dopo aver esaminato le osservazioni delle parti, la Corte deciderà se i ricorsi siano ammissibili e se vi siano elementi sufficienti per accertare eventuali violazioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Per il momento non esiste alcuna decisione nel merito, ma l’apertura del procedimento rappresenta un nuovo e significativo sviluppo in una vicenda che continua ad avere rilevanti implicazioni politiche, giuridiche e internazionali per l’Italia.
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